Bilanci

Studio Brunelli > Bilanci

BILANCIO D'ESERCIZIO

Il Bilancio d’esercizio in economia aziendale, è l’insieme dei documenti contabili che un’impresa deve redigere periodicamente, ai sensi di legge, allo scopo di perseguire il principio di verità ed accertare in modo chiaro, veritiero e corretto la propria situazione patrimoniale e finanziaria, al termine del periodo amministrativo di riferimento, nonché il risultato economico dell’esercizio stesso.

Il bilancio d’esercizio è un documento contabile, redatto (compilato) dagli amministratori, o da chi da essi incaricati, alla fine di ogni periodo amministrativo, che determina da una parte il risultato economico d’esercizio (reddito) e dall’altra la situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa alla fine del medesimo. Dev’essere compilato secondo le norme previste:

dal codice civile (c.c);

dal testo unico delle imposte sui redditi (TUIR);

dai principi contabili.

Per giungere alla sua determinazione bisogna rispettare alcune fasi:

redazione dell’inventario d’esercizio;

registrazione delle scritture di assestamento;

determinazione del saldo dei conti;

redazione della situazione contabile;

chiusura dei conti nel conto economico di fine anno e nello stato patrimoniale.

I documenti che devono essere redatti sono:

lo stato patrimoniale

il conto economico

la nota integrativa

il rendiconto finanziario (dal 1º gennaio 2016)[1]

Un altro documento giudicato di complemento è la relazione sulla gestione.

La redazione del bilancio ha due obiettivi: rispondere agli obblighi contabili e fiscali previsti dal codice civile e mettere a disposizione di operatori esterni ed interni all’impresa (fornitori, creditori, risparmiatori, analisti finanziari, Stato, soci, dipendenti) informazioni sull’andamento dell’impresa. Il bilancio può essere assoggettato o meno a revisione contabile.

La disciplina del bilancio è contenuta agli artt. 2423-2435 bis del codice civile.

Le norme in materia di bilancio (all’art. 2428 c.c.) prevedono che lo stesso sia corredato da una relazione degli amministratori sulla situazione della società e sull’andamento della gestione, nel suo complesso e nei vari settori in cui ha operato, anche attraverso imprese controllate, con particolare riguardo ai costi, ai ricavi e agli investimenti.

Anche se non è parte integrante del bilancio, la relazione sulla gestione assolve ad una funzione descrittiva ed esplicativa e completa le informazioni desunte dallo stato patrimoniale (SP), dal conto economico (CE), dalla nota integrativa (NI) e dal rendiconto finanziario (RF).

Le sue funzioni sono di illustrare la situazione complessiva dell’azienda (scenario economico, competitivo e ambientale in cui opera e con il quale interagisce; compatibilità e coerenza dei programmi di gestione con il contesto esterno) e l’andamento della gestione, sia passata che in corso, nel suo insieme e nei vari settori in cui l’azienda ha operato; nonché di illustrare l’andamento della redditività, gli aspetti finanziari e la loro influenza sulla formazione del risultato economico dell’azienda, con riferimento alle situazioni patrimoniali e finanziarie già determinatesi ma anche in relazione alle previsioni relative all’evoluzione della gestione (analisi dei dati che riguardano i costi, i ricavi e gli investimenti).

Un compito degli amministratori è, infatti, di delineare nella relazione sulla gestione le prospettive di sviluppo della gestione sulla base dei valori di bilancio e attraverso piani e programmi di medio-lungo e breve periodo.

In particolare, la relazione sulla gestione deve contenere un’analisi fedele, equilibrata ed esauriente della situazione della società e dell’andamento e del risultato della gestione, con particolare riguardo ai costi, ai ricavi e agli investimenti, nonché una descrizione dei principali rischi e incertezze cui la società è esposta. Deve inoltre contenere indicazioni circa le attività d’investimento in ricerca e sviluppo delle società; i rapporti con imprese collegate, controllate e controllanti; il numero e il valore nominale delle azioni proprie, incluse quelle alienate nel corso dell’esercizio; i fatti di rilievo avvenuti dopo la data di chiusura del bilancio; l’evoluzione prevedibile della gestione.

Quindi, il bilancio d’esercizio non è soltanto un insieme di documenti da redigere secondo gli obblighi di legge, ma è la fonte principale d’informazione dei dati economici, patrimoniali e finanziari dell’impresa per tutte le classi di portatori di interesse nei suoi confronti: creditori, dipendenti, clienti e fornitori, organi statali di controllo, fisco, pubblica amministrazione; soggetto economico e/o management; azionisti di maggioranza e di minoranza.

È lo strumento fondamentale d’informazione per i terzi e per i soci al fine di giudicare (almeno in prima approssimazione) la convenienza a mantenere il legame con l’azienda. Nell’ottica di una maggiore trasparenza, i documenti di bilancio sono pubblici: gli stessi devono essere depositati presso la Camera di commercio competente per territorio che li archivia e li mette a disposizione di chiunque ne faccia richiesta, sia in forma cartacea che informatica.

È anche un utile strumento di controllo di gestione per impostare, attraverso opportune comparazioni ed analisi, un giudizio d’insieme sull’andamento della gestione svolta.

Durante l’esercizio tutte le operazioni di gestione vengono contabilizzate mediante scritture in partita doppia, i cui valori confluiscono negli appositi conti.

Le operazioni vanno registrate nel libro giornale.

I sottoconti vanno inseriti nel piano dei conti, che a sua volta può essere suddiviso in diversi livelli di aggregazione/classificazione, ad esempio i sottoconti possono essere raggruppati sotto conti detti di mastro; potendo arrivare sino a una struttura a 4 livelli: Gruppi, Mastri, Conti, Sottoconti.

Nel bilancio confluiranno tutti i saldi di ciascun conto dopo aver effettuato un apposito inventario e le rettifiche di valore.

Al termine del periodo amministrativo occorre redigere il bilancio di esercizio per evidenziare la composizione del capitale d’impresa; determinare il reddito prodotto dalla gestione.

Principi contabili

I principi contabili fissati dal codice civile (art 2423 bis del c.c.) sono:

continuità;

prudenza;

competenza;

separazione;

costanza;

prevalenza della sostanza sulla forma.

Continuità

tutte le valutazioni devono essere effettuate con il presupposto del funzionamento aziendale, nella prospettiva che l’azienda continui nel tempo la sua attività nonché tenendo conto della funzione economica dell’elemento dell’attivo o del passivo considerato. Tutto questo significa che le valutazioni non devono essere effettuate come se si volesse liquidare il patrimonio vendendo tutti i beni, e pagando tutti i debiti, ma tenendo presente le evoluzioni future cui parteciperanno i beni oggetto di valutazione.

Prudenza

Nella determinazione del reddito:

contabilizzando le perdite e gli oneri anche se incerti e solo presunti.

contabilizzare componenti positivi solo se effettivamente realizzati alla chiusura dell’esercizio

non contabilizzare utili derivanti da incrementi patrimoniali che non siano certi e durevoli

si deve tener conto dei rischi e delle perdite di competenza anche se conosciuti dopo la chiusura dell’esercizio

Competenza Economica

riporta al concetto aziendale conosciuto: si deve tener conto degli oneri e dei ricavi, indipendentemente dal pagamento e dall’incasso, solamente se imputabili economicamente all’esercizio; i costi di competenza sono quelli maturati nell’esercizio relativi a beni e servizi utilizzati nel periodo considerato; i ricavi si considerano di competenza quando sono maturati nell’esercizio e hanno avuto il correlativo costo.

Separazione

affinché l’informazione fornita dal bilancio sia corretta occorre che, se in una voce di bilancio sono compresi elementi eterogenei, questi vengano valutati separatamente gli uni dagli altri e non compensati.

Costanza

per limitare la possibilità di manovra, (cambiare di anno in anno a seconda della convenienza, i criteri di valutazione) di coloro che redigono il bilancio e per consentire la comparabilità dei bilanci nel tempo e fra aziende dello stesso settore, non è consentito, se non in casi eccezionali, di modificare i criteri di valutazione.

Prevalenza della sostanza sulla forma

Introdotto con D. Lgs. n.6/2003 e diffuso nei principi contabili nei Paesi di diritto anglosassone (substance over form), afferma che la valutazione delle voci nelle quali registrare le operazioni è determinata dalla loro funzione economica: se il rapporto tra le parti si svolge nel rispetto del contratto sottoscritto ma in modo da realizzare un altro tipo di contratto sotteso (eventualmente in presenza di altri contratti che valutati tutti assieme equivalgono ai flussi finanziari di una operazione differente), la contabilizzazione è determinata da quest’ultimo.

Il conto economico generale

Il conto economico è il documento del bilancio che contiene i costi e i ricavi di competenza dell’esercizio preso in considerazione dal bilancio. Il CE è un documento scalare che fornisce gradualmente totali parziali che aiutano nella realizzazione dello stesso. La differenza tra ricavi e costi illustra il risultato economico conseguito dalla società: se positivo è detto utile e se non distribuito va ad incrementare il capitale netto, se negativo è detto perdita e va a decrementare il capitale netto.
In particolare, il conto economico:

individua tutti i fattori che hanno partecipato al ciclo gestionale e costituisce una verifica di come hanno contribuito al risultato d’esercizio le voci dello stato patrimoniale;

permette d’individuare i risultati parziali di tutte le fasi gestionali in cui può essere scomposta l’attività dell’impresa;

permette di individuare, in via di prima approssimazione, le responsabilità di ciascun dirigente (responsabili di funzione).

Lo stato patrimoniale

Lo stato patrimoniale è il documento che definisce la situazione patrimoniale di una società in un determinato momento.

Lo stato patrimoniale è costituito da sezioni contrapposte: a sinistra vi è l’attivo e a destra il passivo.

Nell’attivo vengono inserite le attività o investimenti, nel passivo le fonti di finanziamento, ossia le passività e il capitale netto.

Fra le attività o investimenti possono essere presenti:

liquidità immediate;

liquidità differite;

rimanenze (che possono essere riassunte con la voce attività correnti o attivo circolante);

immobilizzazioni tecniche (materiali e immateriali);

immobilizzazioni finanziarie, che possono essere riassunte nella voce attività fisse (o attivo immobilizzato).

Fra le fonti di finanziamento possono essere presenti:

passività a breve scadenza;

passività a media e lunga scadenza (che rappresentano le fonti esterne);

capitale sociale;

riserve di utili, che rappresentano le fonti interne.

Nota integrativa

Documento che illustra le decisioni prese dagli amministratori dell’impresa nel redigere il bilancio, in modo da favorirne l’intelligibilità, spiegando dettagliatamente le voci inserite nello stato patrimoniale e nel conto economico.

La nota integrativa svolge quindi:

Una funzione descrittiva di voci iscritte nei documenti contabili del bilancio

Una funzione esplicativa delle decisioni assunte in sede di valutazioni

Una funzione informativa e integrativa per quei dati che per la loro natura qualitativa o extracontabile non fanno parte dello stato patrimoniale e del Conto economico.

Le società che redigono il bilancio in forma abbreviata secondo l’art. 2435-bis, possono omettere alcune voci come indicato nell’art. 2435-bis comma 3.

Abbiamo una suddivisione tra Contenuto Obbligatorio e Contenuto Omissibile

RATING BANCARIO

Il rating, in italiano classificazione, è un metodo utilizzato per valutare sia i titoli obbligazionari, sia le imprese (vedi anche modelli di rating IRB secondo Basilea 2) in base al loro rischio finanziario. Le valutazioni del rating sono emesse ad opera delle cosiddette agenzie di rating. In questo caso si definiscono rating di merito creditizio da non confondersi ai rating etici che invece misurano la qualità della governance, della CSR, o in generale della sostenibilità sociale e ambientale di un’emittente.

Storia del rating

Si può far risalire l’origine del rating con il documento History of Railroads and Canals in the United States (Storia finanziaria delle ferrovie e dei canali degli Stati Uniti), pubblicato da Henry Varnum Poor. Durante la sua vita Poor si batté affinché le aziende fossero obbligate a rendere pubblici i propri bilanci, in particolare ai possibili investitori. Riuscì a cogliere questa possibilità il figlio Henry William, che, insieme a Luther Lee Blake, un analista finanziario, creò indici finanziari chiari e trasparenti, fino alla fondazione dell’agenzia di rating Standard & Poor’s.

Una storia simile riguarda un giornalista economico, John Moody, interessato alla trasparenza finanziaria delle aziende, causa secondo lui di un mini-crash finanziario del 1909. Già nel 1900 pubblicò il Manual of industrial securities e successivamente nel 1909 fondò Moody’s.

Oggi, Standard & Poor’s e Moody’s sono le due maggiori agenzie di rating al mondo.

Descrizione

Viene espresso attraverso un voto in lettere (vedi sezione sotto), in base al quale il mercato stabilisce un premio per il rischio da richiedere all’azienda per accettare quel determinato investimento. Scendendo nel rating aumenta il premio per il rischio richiesto e quindi l’emittente deve pagare uno spread maggiore rispetto al tasso risk-free.

I rating sono periodicamente pubblicati da agenzie specializzate, principalmente Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings, partecipate a loro volta da grandi multinazionali.

Una prima tipologia di potenziale conflitto di interesse riguarda i soggetti che pubblicano i rating e nel contempo svolgono attività di banca di investimenti. Il rating potrebbe essere strumentalizzato nell’interesse della banca ovvero dei clienti per attività speculative in Borsa, o per l’acquisizione di asset a prezzi di realizzo.

Un declassamento del rating di aziende o soggetti pubblici particolarmente indebitati, ha la conseguenza a breve termine di provocare un rialzo degli interessi applicati ai prestiti in corso, e quindi un aumento degli oneri finanziari. Il debitore potrebbe cedere beni immobili e mobili di sua proprietà a prezzi di realizzo, per evitare un peggioramento del rating.

Non raramente, la maggior fonte di finanziamento dei costosi studi che portano a valutare il rating, non sono le agenzie di stampa e la comunità finanziaria, ma le stesse società emittenti oggetto dell’indagine e singoli investitori con molta liquidità. In questi casi, è evidente un conflitto d’interessi.

Infatti, per avere un rating, una società, una banca o uno Stato devono rivolgere una richiesta esplicita a una delle agenzie di rating. Il servizio è a pagamento. Ottenuto l’incarico, l’agenzia inizia l’analisi della società, della banca o dello Stato. L’analista incaricato attinge da informazioni pubbliche (ad esempio, i bilanci), studia i fondamentali economici e finanziari e incontra i manager per raccogliere tutte le informazioni necessarie. Solo dopo questa analisi è possibile esprimere un voto sull’affidabilità creditizia della società che ha richiesto il rating.

Terminato il lavoro dell’analista, entra in azione un comitato. Sarà, infatti, un organo collegiale – e non un singolo analista – a valutare tutto il materiale raccolto e a esprimere un giudizio sotto forma di rating. In seguito, il rating viene votato a maggioranza dal comitato, formato da esperti del settore in cui opera la società che si sta valutando.

Dopo la votazione del rating, questo viene comunicato alla società, banca o Stato richiedente, che può appellarsi, fornendo informazioni aggiuntive e chiedendo di avere un’ulteriore analisi. Il comitato può, se lo ritiene necessario, riunirsi e deliberare di nuovo sul rating alla luce delle informazioni aggiuntive, decidendo di cambiare il voto o di mantenere quello deciso in precedenza.

Una volta notificato il rating alla società che ha voluto farsi valutare, si passa alla pubblicazione. La società può chiedere che il rating non venga pubblicato: in tal caso resterà riservato e non di pubblico dominio. In caso di pubblicazione, invece, il rating diventa noto al mercato. Da questo momento in poi l’agenzia di valutazione tiene sotto monitoraggio il rating, per valutare eventuali promozioni o declassamenti.

Questo meccanismo espone al rischio di aggiotaggio e insider trading, ovvero all’omissione di comunicazione al mercato di informazioni in grado di abbassare il prezzo del titolo, che correttamente per la teoria economica deve incorporare nel prezzo tutte le informazioni disponibili in un dato istante (fonte Marianello M. -Cartolarizzazione e responsabilità della società di rating)

L’omissione o la ritardata diffusione non tempestiva avviene per favorire un cliente dell’agenzia di rating che può pagare per avere informazioni privilegiate oppure fornire una percentuale su guadagni ottenuti speculando a breve termine al ribasso, con la vendita del titolo a prezzi ancora remunerativi prima che la diffusione delle informazioni sulla reale situazione dell’emittente induca il crollo del corso azionario. Più che un guadagno si tratta di una mancata perdita, a meno che il prezzo di vendita non superi comunque quello di acquisto del titolo. È più probabile un ritardo nella diffusione delle informazioni critiche piuttosto che una completa omissione, che desterebbe dubbi sull’attendibilità delle fonti informative dell’agenzia, che forse non era per nulla al corrente dei fatti; cosa che dimostra falsa, con un annuncio tardivo.

In alternativa, è possibile una speculazione al rialzo, ossia nel lungo termine, con l’acquisto di titoli da rivendere a prezzi più alti. L’agenzia può avere interesse a sovrastimare per lunghi periodi il rating di un titolo, per stimolare il mercato ad acquistarlo e creare una domanda artificiale che ne alza il prezzo.

Il divario tra prezzo d’acquisto e di vendita, e il guadagno dello speculatore sono maggiori se il rialzo artificioso del rating e del prezzo sono preceduti da un declassamento immotivato da reali peggioramenti della solvibilità dell’emittente. Il declassamento consente di acquistare titoli quando tutto il mercato vende, per attendere la vendita delle proprie posizioni al primo riapprezzamento del titolo (anche ai valori normali che precedevano la crisi).

Esiste poi una seconda forma, più strutturale, di conflitto d’interessi. La realizzazione di uno studio di settore o particolareggiato su un titolo, determina un costo fisso che deve essere remunerato. Chi paga gli studi di settore finanzia quest’attività e a sua volta desidera che le informazioni in suo possesso siano redditizie; propriamente non paga solo le informazioni, ma la disponibilità di queste informazioni che devono restare riservate, al limite disponibili a chi paga altrettanto per venirne a conoscenza. Se vengono diffuse e incorporate nel prezzo, non sono più una fonte di profitto. Difficilmente poi chi paga un’informazione accetta che poco tempo dopo venga resa nota al mercato al prezzo di un quotidiano o di un’agenzia di stampa.

Un modello differente prevede che gli studi siano finanziati dalla comunità finanziaria che compra un quotidiano economico a diffusione di massa e a basso costo, tale da rendere accessibile in modo tempestivo (come quotidiano) e a un largo pubblico l’informazione finanziaria. Una seconda entrata deriverebbe dalle agenzie convocate tempestivamente in conferenza stampa non appena siano acquisite informazioni price-sensitive. Tuttavia, è difficile dire quanto un modello di business così etico sia remunerativo dei costi della struttura. Quando l’informazione tempestiva è comunque obbligatoria per legge, il potere contrattuale maggiore è di chi fruisce le notizie, non di chi le produce.

La società che realizza lo studio di settore non deve pubblicarle almeno per il tempo sufficiente perché il prezzo di mercato non risenta dei nuovi dati e sia possibile vendere senza perdite. Viceversa, un’informazione tempestiva al mercato è un dovere prima di tutto dell’emittente, che è il principale responsabile di una omissione, ma anche di quanti sono a conoscenza di una situazione d’insolvenza che viene taciuta.

Un secondo problema viene a crearsi quando i risultati di uno studio di settore non aggiungono nessuna informazione che possa cambiare rating e prezzo di un titolo, e semplicemente confermano la solvibilità dell’emittente e il rating attuale. Non c’è rating sottovalutato per titoli da comprare, né rating sopravvalutato per titoli da acquistare, e in definitiva informazione che qualche acquirente abbia interesse a comprare. Lo studio è comunque un costo sostenuto da remunerare.

Questo rende sconvenienti accertamenti delle informazioni che costano tempo e denaro e rischiano di ripetere informazioni già dette senza produrre nulla di nuovo. L’autore dello studio può avere interesse a modificare le conclusioni dello studio in modo da rendere il prodotto una potenziale fonte di profitto, più interessante e vendibile. La società emittente il titolo ha invece interesse a uno studio che nuovamente confermi solvibilità e rating del titolo, stabilizzandone il prezzo. Uno studio del genere rafforza l’immagine (brand) dell’emittente che è disposto a finanziare questa pubblicità. Se ha un forte potere contrattuale, può chiedere all’agenzia di ritoccare in meglio il rating del titolo.

Studi di settore e valutazioni sul rating dei titoli sono pubblicati dagli analisti di borsa. Per essere un analista non occorre né l’iscrizione a un albo professionale né una particolare laurea. Potenzialmente il numero di analisti è elevato come il pluralismo della stampa economica.

Davanti al declassamento di un titolo la comunità finanziaria raramente non reagisce con un deprezzamento, privilegiando le decisioni degli analisti rispetto alle ragioni portate dall’emittente. In questo senso, si è parlato di dittatura degli analisti, per il potere di condizionare la Borsa, riconosciuto loro dal mercato che in parte non tiene conto dei conflitti d’interesse talora esistenti, in altra parte è relativamente interessato a un rating veritiero e a un giusto prezzo dei titoli. Un declassamento o una sovrastima del rating aprono (a chi ha le giuste informazioni) occasioni di guadagno speculativo.

Spetta alle autority nazionali il riconoscimento delle tipologie di attività nelle quali il rating rilasciato da un’agenzia ha valore ufficiale, e può essere utilizzato secondo quanto previsto dalle leggi vigenti. Ad esempio, l’autority nazionale indica le Agenzie di Rating (ECAI) la cui valutazione può essere usata per gli accantonamenti di capitale previsti da Basilea II. La Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS) indica i criteri internazionali di valutazione per la Agenzie di Rating, che le banche centrali devono applicare (http://www.bis.org/publ/bcbs107b_ita.pdf]).

Classi di rating

AAA Elevata capacità di ripagare il debito

AA Alta capacità di pagare il debito

A Solida capacità di ripagare il debito, che potrebbe essere influenzata da circostanze avverse

BBB Adeguata capacità di rimborso, che però potrebbe peggiorare

BB, B Debito prevalentemente speculativo

CCC, CC Debito altamente speculativo

D Società insolvente