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Equitalia quale ultimo anello della filiera tributaria, è stata oggetto di forti critiche in un momento in cui la crisi economica e la pressione fiscale sono diventate più pesanti. Le contestazioni erano relative ai tassi di interesse molto elevati e all'aggio di riscossione che fanno lievitare le tasse da pagare. A tutti gli effetti però interessi, sanzioni e aggio non dipendono da Equitalia ma sono stabiliti dalla legge e sono comprese nelle voci da riscuotere.

L'attivazione delle procedure come il pignoramento di beni (inclusi immobili) a fronte di debiti relativamente modesti o l'inefficienza amministrativa della società sono state spesso oggetto di critiche da parte della stampa. Col tempo sono state in gran parte superate in seguito all'introduzione di modifiche normative che hanno ridotto il ricorso alle procedure offrendo, da un lato, massime garanzie ai cittadini ma dall'altro, come rilevato dalla Corte dei Conti in una relazione al Parlamento del 2013 , rischiando di indebolire l'attività di recupero dell'evasione.

Secondo quanto affermato dal programma televisivo Report, in una trasmissione del 2010, Equitalia mostrerebbe severità minore nei confronti dei partiti, dei grandi imprenditori e più in generale dei VIP rispetto ai soggetti in modeste condizioni economiche. Sempre nel 2010, a fronte della sentenza della Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, del 22/02/2010 sentenza n. 4077 che dichiarava illegittimo eseguire pignoramenti immobiliari per un debito inferiore agli 8.000 €, Equitalia il 23/04/2010 chiede un parere pro veritate allo studio legale Visentini-Marchetti per opporsi alla sentenza della Corte di Cassazione; in questo parere vengono dichiarate legittime le iscrizioni ipotecarie per un debito inferiore agli 8.000 €. Il 28/04/2010 Audiconsum chiede un incontro urgente ad Equitalia, minacciando una class action nei confronti della stessa. Lo stesso giorno il 28/04/2010 un emendamento governativo ribadiva e dichiarava definitivamente illegittimi tali pignoramenti.

A seguito delle menzionate critiche e della sfavorevole situazione economico-sociale nello Stato italiano nei primi mesi del 2012 l'azienda è stata oggetto di numerosi attacchi violenti con bombe e molotov. Ciò ha richiamato l'attenzione diretta del Presidente del Consiglio, Mario Monti, che ha espresso piena solidarietà con i dipendenti, e anche della stampa che riscontra l'importanza dell'attività di riscossione

Negli ultimi anni si sono succedute una serie di modifiche legislative che sono intervenute sull'attività di riscossione dei debiti da parte di Equitalia, come ad esempio l'introduzione dell'avviso di accertamento esecutivo. Sono diventate invece più costose e onerose in termini anche di tempo alcune procedure come il ricorso, che deve essere presentato con bollo e atti giudiziari. Iniziative per sospendere la riscossione sono state introdotte dalla stessa Equitalia.

Partendo dal fenomeno delle cosiddette cartelle pazze, ossia delle cartelle esattoriali emesse per conto degli enti impositori che contenevano errori palesi come errato intestatario, richiesta di pagamenti non dovuti o già effettuati, inviate da Equitalia su richiesta degli enti (per esempio i Comuni), diverse manifestazioni si sono tenute specialmente in Sardegna.

Equitalia ha dovuto presentare anche scuse ufficiali e in seguito sono state approvate procedure di autocertificazione per poter presentare ricorso.

Dal marzo 2012 le somme dovute a titolo di stipendio, salario o altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate in misura pari a un decimo per importi fino a 2.500 euro e in misura pari a un settimo per importi da 2.501 euro fino a 5.000. Per somme superiori a 5.000 euro si può pignorare un quinto. Dal 21 giugno 2013 non si può pignorare l'ultimo emolumento accreditato.

Critiche sono arrivate anche da molti sindaci, nello stesso periodo delle manifestazioni, che hanno attaccato Equitalia annunciando di voler disdire gli accordi per la riscossione. In realtà è una legge dello Stato (decreto legge n. 201 del 2011) a stabilire che gli enti locali dal 2013 avrebbero dovuto effettuare la riscossione in proprio senza avvalersi più di Equitalia. La stampa aveva anche evidenziato il rischio di costi maggiori per i cittadini in caso di riscossione in mano ai privati come avveniva in passato. Tuttavia una serie di proroghe, chieste dalle amministrazioni locali e dall'Anci, non hanno ancora portato al riordino della fiscalità locale per cui i Comuni continuano ad avvalersi di Equitalia per la riscossione dei tributi e tasse locali.

Le contestazioni per la crisi e per la forte pressione fiscale hanno generato anche una serie di denunce per abusi e usura da parte di parecchie persone o ditte con l'apertura di indagini da parte di alcune procure della repubblica. Le indagini sono state ritenute però nulle e in molti casi archiviate. Invece diversi giudici di Pace hanno molto ridotto le sanzioni e gli interessi pretesi dai Comuni sulle multe stradali, che poi venivano riscosse con le cartelle da Equitalia, ovvero annullando del tutto le cartelle contestate. Ad esempio il Giudice di Pace di Roma ha sentenziato: la cartella impugnata è illegittima sotto vari profili: reati prescritti, nome del titolare del procedimento mancante, tasso superiore ai limiti, atti mai notificati, mancanza di motivazione.

Il decreto del fare (giugno 2013) ha introdotto importanti novità sull'attività di riscossione svolta da Equitalia, con misure di più ampio respiro a favore dei contribuenti. Ad esempio è aumentato a 120 (10 anni) il numero di rate mensili che il cittadino può chiedere se dimostra una grave situazione di difficoltà legata alla congiuntura economica. Inoltre è stato stabilito che Equitalia non può pignorare la prima e unica casa di abitazione in cui il debitore risiede anagraficamente, un limite che non vale per gli altri creditori privati come le banche. Altre tutele riguardano i beni delle imprese e il fermo amministrativo dell'auto.

La cartella esattoriale (o “cartella di pagamento”, come indicato in tutte le leggi della Repubblica Italiana), nel diritto tributario italiano, è uno strumento attraverso il quale la pubblica amministrazione italiana attiva un procedimento di riscossione coatta di credito vantato nei confronti del contribuente.

La cartella di pagamento è l'atto che Equitalia invia ai contribuenti – per conto dei crediti vantati dagli enti impositori (Agenzia delle Entrate, Inps, Comuni, ecc.) – per informarli del fatto che i suddetti enti li hanno iscritti a ruolo. Vale la pena precisare che il ruolo (secondo l'art.10 del DPR 602/1973 e successive modificazioni) non è altro che un elenco che ciascun Ente impositore compila, indicando i contribuenti (con nominativo e codice fiscale) e le somme che l'ente stesso, sulla base della propria documentazione, ritiene siano dovute. Eventuali errori contenuti nel ruolo (nei nomi, nelle omonimie, nell'errata imposizione del tributo o della somma) sono responsabilità di ciascun ente, mentre Equitalia si limita a consegnare le cartelle. Infatti, le eventuali proteste contro i tributi, sia verso l'annullamento totale, sia verso lo sgravio parziale, devono essere indirizzate direttamente all'ente impositore e non a Equitalia. Ciò si evince chiaramente nel testo della nuova cartella di pagamento, così come riformata dal 1º ottobre 2010.

Una guida alla lettura della cartella di pagamento si può trovare sul sito di Equitalia; dov'è disponibile anche un facsimile del documento nella forma stabilita dopo il 1º ottobre 2010, anche attraverso il confronto tra Equitalia e le associazioni di tutela dei consumatori. Le cartelle di pagamento, a partire da quella data, devono contenere una descrizione sintetica delle somme dovute, le istruzioni sul pagamento (dove, come ed entro quale scadenza), l'invito a provvedere entro 60 giorni, come e a chi richiedere la rateazione, le spiegazioni per proporre eventuali ricorsi, il nome del responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo e di quello di emissione e di notifica della cartella.

All'atto della notifica della cartella esattoriale, il destinatario deve firmare per l'avvenuta ricezione. La ricevuta di ritorno costituisce prova con valore legale dell'avvenuto invio e ricezione della cartella, al pari di una raccomandata A/R.

La cartella esattoriale deve contenere, a pena di nullità, il nome del responsabile e titolare del procedimento di riscossione, avverso il quale il destinatario può presentare ricorso alla commissione tributaria.

Il contribuente deve proporre ricorso entro 60 giorni dalla notifica, il termine è perentorio.

Il d.lgs. 26 febbraio 1999 n. 46 ha modificato la natura ed il regime della cartella esattoriale, attribuendole la natura esecutiva prima svolta dall'avviso di mora. Trascorsi i 60 giorni per presentare i ricorso, la cartella esattoriale ha forza di Titolo esecutivo ed è opponibile al contribuente ai fini delle riscossione coatta del credito con provvedimenti quali il sequestro, pignoramento o espropriazione di un bene, il fermo amministrativo di un veicolo.

La cartella esattoriale deve contenere, a pena di nullità, l'importo e il nome del funzionario responsabile del procedimento amministrativo. Anche se il contribuente dimostra in corso di giudizio che le precedenti notifiche non contenevano le informazioni relative alla modalità con i relativi estremi per il pagamento (n. conto corrente, IBAN, ecc.), questo non è motivo di nullità della cartella esattoriale.

Il contribuente è tenuto a conservare per 10 anni le ricevute di pagamento, termine di prescrizione dei crediti relativi a tasse e imposte. L'amministrazione potrebbe ad esempio notificare cartelle esattoriali a fronte di pagamenti correttamente effettuati; se il contribuente non possiede più tali ricevute, deve pagare una seconda volta.

L'onere della prova è in generale a carico del ricorrente, e anche per la contestazione di cartelle esattoriali è sempre a carico del contribuente che propone ricorso.

La Corte Costituzionale ha più volte censurato la distribuzione dell'onere della prova nelle norme fiscali. A nulla rileva il fatto che nei provvedimenti di natura fiscale, il ricorso sia necessario per evitare l'esercizio di un titolo esecutivo di credito, e che, di fatto, il dante causa, l'evento che origina l'impugnazione sia solo formalmente la citazione in giudizio del contribuente, mentre in sostanza sia la notifica della cartella esattoriale.

In altre parole, non è l'amministrazione a dover presentare ricorso per la riscossione del credito e dover provare che il contribuente ha eluso o evaso il fisco, ma è il contribuente che deve proporre ricorso e dimostrare di essere in regola con i pagamenti. La normativa ammette, in questo modo, atti di limitazione del diritto costituzionale alla proprietà privata e inviolabilità del domicilio, che non seguano un procedimento giudiziario. Infatti, l'amministrazione non è tenuta al ricorso al giudice ordinario o altra magistratura prima della riscossione coatta del credito: se il contribuente non propone ricorso, l'amministrazione può ottenere la firma a vista di un decreto ingiuntivo e degli atti successivi per la sua attuazione. È parte dell'accertamento tributario il potere di ottenere l'esecuzione dell'atto anche senza l'intervento dell'autorità giudiziaria, per cui gli atti non impugnati vengono infatti iscritti a ruolo, consentendo l'inizio della procedura di riscossione coattiva.

La riscossione coatta del credito fra privati e pubblica amministrazione ha natura radicalmente diversa rispetto alla disciplina che regola i rapporti fra due soggetti privati. Prima di firmare un provvedimento per la riscossione coattiva, un giudice terzo deve accertare l'esistenza del credito, in concreto deve convocare e garantire diritto di replica alla controparte, motivare la decisione con delle prove. Nei rapporti con la pubblica amministrazione, queste garanzie costituzionali non sono vincolanti per gli atti successivi, sono una facoltà del contribuente che può non proporre ricorso e non avvalersene. Possono non essere garantite per vizi di natura meramente formale, ad esempio se il ricorso è presentato oltre i 60 giorni, oppure presenta vizi di forma che fanno rigettare la domanda e scadere il termine.
Inoltre, nei rapporti fra privati l'onere della prova è a carico del creditore, diversamente da quanto accade fra amministrazione e contribuente.